To leave is to die a little... one leaves behind a little of oneself at any hour, at any place... - Edmond Haracourt

venerdì 23 novembre 2012

Move in the right direction


Questo collage l'ho fatto con le dieci (10) mail di risposta che ho avuto sulle circa sessanta (60) candidature inviate. Di queste, tre (3) sono arrivate in seguito al colloquio, le altre sette (7) sono rifiuti secchi, ma è già un passo in più rispetto al silenzio abituale.

Ma non sono depressa, nè sconsolata. E devo ammettere che a inizio ottobre ho rifiutato un posto per un tirocinio (sottopagato) a Roma, perchè non pensavo che valesse la pena lasciare Bruxelles per quel posto. Quindi non sono disperata. Anzi, riguardando le candidature che ho inviato mi chiedo il perchè io l'abbia fatto, ma chi vuole lavorare per un consultancy che si occupano di finanza e appalti ecc? Non io. 

Questi tre (3) mesi di disoccupazione mi hanno dato il tempo di ragionare su quello che voglio fare, su quello che davvero mi interessa, sui compromessi che sono disposta ad accettare. E sono arrivata alla conclusione che ci sono tre aree correlate che mi interessano: policy, advocacy e research. Quindi voglio studiare, informarmi e informare, sull'Africa ovviamente, sul Sud Sudan più precisamente. 

Di conseguenza, sto cercando di fare passi in quella direzione. Ecco come passo le mie giornate, per quelli che se lo chiedano o pensano che non faccia niente: studio francese (più che altro vado a lezione...), studio swahili (da sola, una figata, altro che francese schifo) e leggo articoli, saggi, ricerche per tenermi aggiornata e attiva. Sto lavorando su un mio progetto personale che pubblicizzerò quando pronto.

Capire, anche solo a grandi linee, dove voglio andare mi ha sollevato enormemente. L'ansia di non sapere cosa si vuole fare è molto più forte di quella di non avere ancora un lavoro. Il 28 agosto scrivevo, annebbiata dalla rabbia della confusione ma terribilmente lucida:
C’è qualcosa che mette ancora più il panico di non avere un lavoro. E cioè non sapere cosa voglio fare, chi voglio essere, chi voglio diventare.
E così ti chiedono: cosa farai adesso? Che programmi hai?
Beh non ne ho. Che programmi posso avere? Ho rinnovato un affitto senza troppo pensarci, senza vedere alternative.  Mando CV e cover letter, senza ottenere nulla. Senza sapere neanche se lo voglio tenere.
Ma cosa stai cercando? Tutto. Perché non so cosa cercare, quindi cerco tutto. Non mi sembra di avere più interessi, di non avere preferenze, bramo qualsiasi cosa.
E sono arrabbiata, arrabbiata, arrabbiata.
Arrabbiata con chi dovrebbe educarci e introdurci nel mondo nel lavoro e invece non lo fa.
Arrabbiata con tutte le università che ci fanno rimanere indietro, che ci lasciano senza una preparazione adeguata, sull’orlo di una profondissima gola che ci separa dal mondo del lavoro.
Arrabbiata con tutti quelli che ti fanno fare un tirocinio e non ti insegnano nulla, che ti tengono là a marcire su una scrivania, che ti tolgono lo stimolo per crescere.
Arrabbiata con chi ti offre un tirocinio SENZA STIPENDIO, che semplicemente si chiama SCHIAVITU’. Il primo ci sta. Poi basta. Abbiamo studiato, abbiamo fatto un po’ le ossa, ora è il momento di farci crescere, lavorare e di ricompensarci per il contributo che diamo.
Arrabbiata con chi ottiene lavori che non si merita, e soprattutto con chi glieli dà, facendo saltare ogni idea di meritocrazia e tagliando le gambe alle tue speranze di farcela solo con le tue forze.

E soprattutto arrabbiata con me stessa, perché so che potrei fare di più, so che avrei potuto sfruttare meglio le occasioni avute, perché so che mi sarei dovuto impegnare di più e impegnare di più e vendermi meglio.
Sono tanto arrabbiata perché non so cosa, perché non so cosa voglio fare. Perché ho finito il liceo da 8 anni e ancora sono persa, e ancora non posso pagarmi nemmeno un gelato. Sono arrabbiata perché non vedo la luce, perché so che più passa il tempo più mi spengo, più mi accontento, più mi dimentico cosa volevo fare.
Sono arrabbiata perché non so neanche se mi dispiace aver perso certe occasioni.
Sono arrabbiata perché mi rendo conto di non meritarmi tante cose, anche se me ne lamento cmq. Sono arrabbiata perché c’è tanta gente che vale più di me, e che magari non trova niente. E sono arrabbiata con chi vale più di me e invece funziona, perché mi consumo di invidia e gelosia.

E sono così confusa che vorrei soltanto chiudere gli occhi e dimenticare tutto. O sapere tutto quello che vorrei sapere. Vorrei sapere chi sono e dove vado. Vorrei capire dove spingere, dove andare, dove puntare. E invece non capisco. Non so dove devo andare, e questo mi fa rabbia.

Perché non sono migliore di tanti. Perché non  è affatto detto che arriverò. E mi fa male capirlo.

Sono arrabbiata perché non reagisco più.

Che cosa c’è di davvero importante? Fino a che punto dovremmo spingerci, per noi, per gli altri? È giusto accontentarsi, o dovremmo sempre puntare a qualcosa che faccia la differenza? E cosa davvero fa la differenza? E perché lo facciamo, per dare davvero qualcosa di più, o per sentirci meglio, per sentirci appagati, per risanare la nostra coscienza? 


Prospettive? Vorrei andare sul campo, in Africa. Possibilmente in Sud Sudan, ma mi posso anche accontentare. Quindi contatto ONG qua e là e vedo che possibilità ci sono. Sennò posso sempre (a) andare da papà a Maputo, (b) andarci per i fatti miei. A più lungo termine, sto valutando la possibilità di fare un dottorato, in Inghilterra magari. Mi sto informando e sto cercando di capire se può essere la mia strada, specie dopo la lezione che ho dato all'Università di Padova.

Certo mi pesa, a 27 anni, con laurea e master, essere ancora sul libro-spese della mamma. Mi consola poco il fatto che finalmente sia arrivato il rimborso dalla Regione. Ho cercato anche qualche lavoretto qua, ma è difficile persino trovare un lavoro part-time, soprattutto per la barriera linguistica... Sicuramente non ho cercato con abbastanza enfasi. Anzi, dovrei probabilmente insistere un po'...

Tanta pazienza e sempre speranza. Ho deciso che preferisco aspettare il momento giusto, piuttosto che proseguire con le seconde e le terze scelte. Mi do ancora un po' di tempo.

Arriverà.


domenica 5 agosto 2012

lunedì 30 luglio 2012

iBxl










Basta una nuova app per sentirsi fotografi dentro.

mercoledì 18 luglio 2012

Tra rose e fior


Bla bla bla, siam di nuovo qua. Matrimoni gay, unioni di fatto, diritti e doveri e parole parole parole.

La discussione si è impennata in seguito all'Assemblea Nazionale del PD, il partito con meno spina dorsale mai esistito nella storia (mi viene in mente la descrizione affibiata da quel simpaticone di Nigel a Van Rompuy: "all the charisma of a damp rag and the appearance of a low-grade bank clerk"). In Italia, se c'è una cosa che sappiamo fare è dibattere di aria fritta, facendo appello alla "decenza intellettuale", mettendo in mezzo "ideologie" (non si capisce se in bene o in male) e accusandosi poi vicendevolmente di ipocrisia e mancanza di pragmatismo.

Allora, vediamo un po'. Francesco D'Agostino sostiene un po' di cosettine, in relazione a quanto scritto da Adriano Sofri su Repubblica- in particolare per questo passaggio: "La frase: "Io sono personalmente contrario al matrimonio gay" è la più ragionevole, se significa: "Io non intendo sposare una persona del mio sesso". Non lo è se significa: "Sono personalmente contrario a che lo facciano altri miei simili"."

D'Agostino considera le parole di Sofri un "sofisma" (che poi ho dovuto controllare sul dizionario: Tipo di ragionamento logicamente corretto in apparenza ma che, in realtà, porta a conclusioni false o assurde) poichè sostiene che si dia "per scontato (mentre non lo è affatto) che la questione del matrimonio omosessuale si debba ridurre a un’opzione di tipo «personale», legittima quando coinvolge un soggetto e le sue personalissime scelte, ma illegittima quando verrebbe a coinvolgere altri soggetti. [...] la legalizzazione del matrimonio gay non si riduce alla tutela di un «privato» interesse di coppia, per la sola ragione che il matrimonio ha una valenza pubblica e mette in gioco interessi sociali di carattere generale." 
Gia qua inciampa: vero, il matrimonio ha valenza pubblica, ma è senza dubbio alcuno una scelta personale. Ritorniamo al buon vecchio "ma-che-cosa-te-ne-frega-a-te". Pensa se andassimo a controllare ogni coppia etero che si sposa (e divorzia), chissà quante hanno compromesso i miei interessi sociali di carattere generale. 

Poi continua: "Per mostrare quanto fragile sia il sofisma, riproduciamolo in forme leggermente variate, ma non arbitrarie: «Io non intendo vivere da poligamo, ma non posso impedire a chi lo voglia di sperimentare la poligamia – purché ovviamente le donne siano maggiorenni e consenzienti». Dubito che questo ragionamento possa essere ritenuto sensato."
Argomentazione di ferro, quasi a livello di "se mio nonna avesse le ruote sarebbe un carretto". La differenza tra l'omosessualità e la poligamia (e tralasciamo la tante, troppe cose che si potrebbero commentare a riguardo) è che la prima è ormai accettata da gran parte della società, che negli anni - incredibile a dirsi! - si evoluta e continua ad evolversi (evoluzione: concetto con cui la Chiesa & friends hanno sempre avuto problemi). Un giorno magari anche la poligamia sarà considerata socialmente accettabile, come per altro è in altri posti al mondo, chissà. E' la società che lo decide, e la società è in continuo e costante cambiamento. Non facciamo paragoni a caso, siam bravi tutti.

E ancora: "tutti gli argomenti portati a favore del matrimonio gay (in sintesi: la tutela dei diritti delle coppie omosessuali) sono fragilissimi, per due ragioni. La prima è che la tutela giuridica del matrimonio ha la sua unica ragion d’essere nella sua "naturale" funzione generativa, preclusa, sempre per ragioni "naturali", alle coppie gay."
Aaahhh eccolo là. "Naturale". Che bella parola, naturale. Mi piace tanto quando la usano per argomentazioni di questo tipo. E l'unica ragion d'essere della tutela giuridica del matrimonio è tutelare la sua naturale funzione generativa. Questa sarebbe la mia prima reazione. Sofri risponde sul Foglio in maniera più composta: "Se il matrimonio fosse giuridicamente tutelato solo in grazia della generazione, perderebbe la tutela nel caso, volontario o ‘naturale’, dell’infecondità: grazie al cielo non è così, nemmeno alla Sacra Rota dei bei tempi. E la sbrigativa dichiarazione di D’Agostino spalanca la strada in realtà al suo opposto, che è la possibilità di adozione riconosciuta alle coppie gay." La natura, di cui ci prendiamo gioco ogni giorno, è tirata in ballo solo quando ci fa comodo (il mio cane, per esempio, è sicuramente bisessuale, in quanto si monta cani e cagne senza troppo fare lo schizzinoso. Che buffa la natura).  

Infine: "La seconda è che comunque, precludendo ai gay il matrimonio, non togliamo loro assolutamente nulla, perché non esiste un «diritto dei conviventi» che non possa essere efficacemente tutelato – su un piano socio-patrimoniale – a prescindere dal riconoscimento del vincolo coniugale (e questa è stata, in buona sostanza, l’opinione della Corte Costituzionale, che curiosamente in questo dibattito non viene mai ricordata). È su questi punti e non su vaghi appelli a non restare indietro sul piano della «storia» che vorremmo che si impostasse una discussione seria, e non ideologica."
Se non toglie assolutamente nulla, perchè allora tanta ostinazione a non concederlo, questo nulla in più? Sofri, nella sua risposta, giustamente afferma che "[...] credo ancora che le persone, qualunque sia il loro genere e la loro vocazione sessuale, che desiderano sposarsi, lo facciano soprattutto per amore, o per la costellazione di sentimenti che gira attorno all’amore. Se si trattasse della “sintesi” di D’Agostino – “la tutela dei diritti delle coppie” – non si vede perché affannarsi tanto attorno al nome di matrimonio e alla cerimonia conseguente, che è l’unico connotato ulteriore di un patto civile che riconosca i diritti della coppia."

C'è poi anche uno sproloquio di Giuliano Ferrara, che urla qualcosa sul "finirla di alterare la realtà delle cose con l’abuso di un feticcio pseudo universalistico" e "Paola Concia può rivendicare bensì il matrimonio come un diritto accettato in altri paesi e negato agli omosessuali italiani, ma ha il dovere della sincerità, può dire che lei e Riccarda sono la stessa cosa di Romeo e Giulietta, ma non l’identico di Maria e Giuseppe Rossi, coniugati", la cui parte che preferisco (e condivido! pensa un po') è: "[...] un saluto affettuoso a Rosy Bindi la cui nota aggressività trasuda una conoscenza dell’amore che Beppe Grillo, con il suo linguaggio da puttaniere di provincia, se la sogna."

Siamo sempre là insomma. Il matrimonio conta o non conta a seconda di chi siano le persone che lo devono contrarre. Io per prima non sono mai stata incline all'idea di sposarmi, considerando i voti come un sopravvalutato "pezzo di carta", che nulla aggiungesse al rapporto con il mio amore. Sarà che sono figlia di divorziati, sarà che non l'avevo mai visto legalmente possibile, sarà che fino a qualche anno fa non ero ben cosciente dell'effetto che ti fa l'amore.
Poi ci ho riflettuto, e forse un giorno vorrei anche sposarmi. E magari avere anche dei figli, chissà. Che importanza ha? Personale, di coronare il mio amore e dare una cornice di riferimento ai miei figli (che io, per esempio, non ho mai avuto); e pubblica, perchè come riporta il giornalista di Internazionale Marcelli: "[...] trovarsi di fronte a un funzionario pubblico che riconosce, rispetta e sancisce legalmente il tuo rapporto sentimentale, è stata una sensazione inebriante. Come se quel tappo del “non osare l’impossibile” si fosse tolto all’istante. Oggi, la dignità che mi riconosce il paese dove vivo è qualcosa di cui non potrei più fare a meno."

Quindi smettiamola di attaccarci a questo e quello, scomodando Madre Natura e il Signor Iddio. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso non farà saltare i bulloni della società (eccovi 15 motivi per dire di no ai matrimoni gay). Piuttosto convinciamoci che siano da rivedere l'istituto del matrimonio in sè o o la concezione di famiglia che abbiamo in Italia (vi rimando a questo vecchio post). Il matrimonio non è un bene limitato, nè lo sono i diritti e i doveri che ne derivano, quindi smettetela di lagnarvi come se vi strappassero il pane di bocca per tirarlo ai porci.

Ma tanto io sorrido, beffarda, pensando al giorno in cui potrei tornare in Italia e sposarmi felice, perchè inesorabilmente un giorno sarà legalizzato anche qua. E voi, persone noiose e tristi, apparirete inevitabilmente stupide:






venerdì 15 giugno 2012