To leave is to die a little... one leaves behind a little of oneself at any hour, at any place... - Edmond Haracourt

mercoledì 9 maggio 2012

Due vite

A Bruxelles la sveglia suona alle 8.20. E ancora alle 8.30. Alle 8.45 non suona più, ma non sortisce effetto. Alle 9.30-40 so è in ufficio. Il lavoro scorre, tra momenti di stallo, panico, stress, agonia.
A volte potrebbe andare meglio, a volte molto peggio. Si va avanti senza troppo lamentarsi.
Dopo le 18 si alternano serate di studio del francese, a giocare a calcetto o a volano, a bere con gli amici o semplicemente a casa con il coinquilino. E poi si ricomincia, fino al weekend, in cui le due attività che vanno per la maggiore sono il dormire e sistemare la casa adorata.
A Bruxelles tutto va bene.

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In Italia la sveglia non esiste. Ci sono solo scatole e una casa sempre più vuota e spenta. Tanto disordine. Poca chiarezza e un orologio che ticchetta indeciso. C'è un gatto malato, che miagola confuso. C'è una macchina ferma in attesa di un autista. C'è una parte di vita che è già in deposito ampezzano, e una parte che attende un passaggio per la Capitale. Il traghettatore ancora tentenna.
Pochi giorni, gli ultimi granelli di sabbia che scorrono dentro una clessidra rigirata tanto tempo fa.
In Italia non c'è Vita.

lunedì 26 marzo 2012

Tic tac

Ultimamente mi rendo sempre più conto che il tempo passa... o forse lo sento semplicemente passare più pesantemente. Si sta lentamente sbriciolando quel velo di leggerezza tipico della gioventù, quello che ti permette di scacciare la maggioranza delle preoccupazione con un'alzata di spalle. Mi lascio andare di meno, rifletto molto di meno sulle tempeste di emozioni e molto di più sulle cose concrete - e questo l'ho notato soprattutto saltellando qua e là per questo blog. Mi faccio coinvolgere e trasportare meno da passioni, discussioni, ossessioni, trasgressioni.

E poi c'è altro. Cambio le lenzuola ogni settimana. Pulisco casa ogni settimana. Laviamo i piatti subito dopo mangiato. Mi sento un po' fuori luogo a frequentare posti erasmus. Preferisco andare in alberghi invece che ostelli, e inizio ad avere troppe cose sulla mensola del bagno.

Bruxelles non la amo ancora - al massimo le voglio bene. Non mi piace, non mi avvolge, non mi eccita. Bruxelles mi fa sentire ancora più vecchia: vecchia e monotona come i ritmi di lavoro di una città-ufficio costruita sulla burocrazia e carriere senz'anima.

Non credo di essere pronta ad abbandonarmi alla routine del login alle 9 e log off alle 18. Mi sento errante come dopo la maturità... nonostante tutte le esperienze accumulate negli ultimi otto anni. Forse ho bisogno di una nuova scossa, come al tempo fu la cara e vecchia Brighton. Ho bisogno di rimettermi in gioco, perchè non mi sembra di vivere nulla di nuovo. Ho bisogno di osare, di riprovare quel brivido del rischio e dell'incertezza.

A 26 anni sono troppo giovane per sentirmi vecchia - e ancora in tempo per fare tante cazzate.

venerdì 23 marzo 2012

giovedì 23 febbraio 2012

Un vecchio tema da un vecchio cassetto


Quante cose spuntano dai cassetti... La brutta copia di un tema di quarta. L'ho copiato pari pari. Spero di aver corretto un paio di cose nella bella...

L'ispirazione è evidente, la gran parte è inventata. 


Guja Lucheschi - Classe IV - 13/02/2003
Brutta copia

Non si respira più in questa casa, ognuno dice la sua, tutti gridano e si arrabbiano. E quella deve uscire, è in ritardo e non trova il cappello, e quell’altra che deve partire e non sa cosa mettere in valigia e mia madre che urla dando indicazioni inutile da una parte all’altra. Nel frattempo i cani si ritirano terrorizzati nelle loro cucce e i gatti scappano dalla finestra, io continuo a cambiare stanza ma ovunque mi trovi sono sempre in mezzo, e di certo non me lo fanno capire con mezzi termini. Tra un grido e l’altro la pressione del sangue di mia madre continua a salire, così dal “perché non hai passato l’aspirapolvere in camera tua?” si arriverà a “è tutta la vita che lavoro per voi” e a ”perché quando avevi 8 anni non hai fatto i compiti e mi hai disubbidito”. Entro breve farà la sua apparizione anche mio padre che alla prima parola sbagliata verrà attaccato alla giugulare. Squilla il telefono, è mia nonna, la miccia è stata accesa, meglio fuggire. Prendo le chiavi delle macchina, “vado a fare un giro!” e mi precipito fuori, cercando di evitare le imprecazioni dei famigliari.
L’aria è freddina, il sole è già nascosto dietro le montagne, qualche nuvoletta sembra far da toppa al cielo che va scurendosi. A sorpresa la macchina parte al primo colpo, rimango un po’ là a scaldarla, poi con l’ansia che uno di loro esca e mi salti sul cofano me ne vado piano piano. Sulle strade non c’p tanta gente, qualcuno rientra a casa,  altri escono di corsa per comprare l’ingrediente dimenticato per la cena. Un signore porta a spasso un cane, un cucciolo. Ha l’aria simpatica, saltella e quando cammina sculetta un po’, saluti tutti i passanti che incontra. Dall’altra parte del marciapiede passeggiane due anziane, indossano un grande soprabito e portano due buffi cappellini, a vederle sembrerebbero sparlare di qualcuno, cosa molto probabile. Vibra il cellulare, per fortuna è solo uno squillino, non ho voglia di parlare o messaggiare con nessuno. Rifaccio lo squillo per carineria e lo spengo, un po’ di tranquillità. Non  potrei mai viverci senza, ma dei giorni non lo sopporto, non fa altro che strillare tutto il giorno “drin, drin, drin”, se sta zitto un po’ non gli farà certo male. Per non sentirmi troppo sola accendo la radio, non mi importa la stazione, voglio solo avere un po’ di sottofondo che mi faccia compagnia. Quando si vuole star soli non c’è niente di meglio di un giro in macchina, vai un po’ di qua, un po’ di là, nessuno ti disturba e tu puoi riflettere tranquillamente.
Sto pensando seriamente di andarmene di casa, di prendermi un appartamento da qualche parte, così da non avere mille persone intorno che rompono e strillano. La mia famiglia è insopportabile, ci sono quelle belle famigliole da fiaba, che stanno intorno al camino la sera, i bambini si dilettano con il gioco dell’oca, il padre fuma la pipa leggendo il giornale, e la moglie lavora a maglia, fa un maglioncino per il bambino in arrivo. Che bel quadretto. Casa mia è la versione “cattiva”. Io e i miei fratelli litighiamo tutto il giorno ogni giorno dell’anno, quello piccolo va a scuola con la media del 5, la sorella poco più grande va un da una parte all’altra d’Italia facendo provini per diventare una showgirl, un’altra sorella fa la cameriera al bar all’angolo. I miei sono separati, mia madre, iper stressata, perde un lavoro al mese e mio padre, che si vede ogni volta ogni solstizio, non si sa che vita faccia. Una convivenza forzata, portata al limite, che degenera ogni battito d’orologio. Un caos, uno stress, una sofferenza, situazioni che portano quasi all’odio, all’avversione. Boh, non so cosa fare, forse potrei allontanarmi per un po’ e vedere come va. È che davvero faccio fatica ad andare avanti. Mentre rimugino sui miei problemi guardo fuori, nella speranza che lo sguardo di un passante risolva tutto, ma non vedo nessuno e il buoi, ormai, comincia a diventare padrone. L’orologio digitale sul quadro segna le 19.40, è ora di tornare alla fattoria, chissà che confusione ci sarà, non ne ho propria voglia. Scommetto che in tavola non c’è ancora niente e che tutti accuseranno gli altri di non far mai niente…  che inferno. Sarei curiosa di sapere come sarebbe la mia vita senza di loro, migliore o peggiore, anche se non credo ci siano molti dubbi….
C’è un bellissimo capriolo sul prato a fianco alla strada, si vede giusto la fisionomia, il contorno e la scintilla degli occhi. Non è tanto grande, lo vedo alzare la testa, poi di china e continua a brucare. Quando rialzo gli occhi sulla strada me ne trovo un altro davanti. Schiaccio il piede su quel maledetto freno, lui mi guarda terrorizzato, lo so, lo capisco che è terrorizzato, ed è immobile. È immobile. Ogni attimo è un fotogramma eterno, mille flash, mille pensieri in pochi secondi. Mia madre, mio padre, le mie sorelle, i miei animali. Oh Dio! Poi dei fari incontro a me. E niente più.

venerdì 3 febbraio 2012

Che botta, 2012...

Il 2012 sembra essere l'anno delle sorprese... e delle incertezze. Da un giorno all'altro le cose cambiano: le case come i rapporti.

Non si sa ancora dove andremo, ma mamma sta puntando Firenze. Quindi - vent'anni dopo - i Lucheschi sembrano salutare la regina delle Dolomiti. Camminando per casa mi viene la nausea al pensiero del trasloco... soprattutto sapendo di non esserci.

Ho ricevuto una telefonata da Bruxelles: c'è stata una doppia rinuncia e io sono subentrata per il tirocinio alla Regione Veneto. Inizio il primo marzo, fino a fine agosto. Io e Rik stiamo cercando appartamento.

Infine... Bombolino si è addormentato, dopo pochi mesi di malattia. Ormai stava più male che bene, e l'abbiamo lasciato andare. Sicuramente starà già inseguendo tanti uccellini e graffiando un sacco di gente ovunque lui sia andato. E i suoi peli ci seguiranno ancora per un bel po'... Ciao Bombo.