To leave is to die a little... one leaves behind a little of oneself at any hour, at any place... - Edmond Haracourt

domenica 8 giugno 2014

La strada giusta

Sono a El Estor, sempre sul lago di Izabal. Alloggio in un altro hotel ecologico, ovvero un hotel immerso nella foresta, con tanto di scimmie (urlatrici), uccelli vari, iguane e anche un alligatore. Molto pacifico, i proprietari sono simpatici e c’è un po’ di tranquillità rispetto agli alberghi precedenti, dove i rumori della città sono praticamente incessanti. Ho passato il weekend a studiare e rilassarmi… e poi è anche uscita la seconda serie di Orange is the new black (ma quanto irresponsabile può essere rilasciare un’intera stagione lo stesso giorno?!).

Venerdì sono andata a visitare alcuni clienti che vivono in cima a una montagna – letteralmente. La strada sale improvvisamente dal piano, e sale praticamente in verticale. La moto fa fatica (il pilota pure….) ma ce la si fa. Dopo il primo quarto d’ora scolliniamo e la vista è mozzafiato. Poi ci si riaddentra nella foresta e si ricomincia a salire. L’aria diventa più fresca di minuto in minuto, la foschia avvolge la cima della montagna. Il terreno è inizialmente lastra di cemento, poi sassi, poi terra – una terra più rossa e argillosa di quella degli altri posti che ho visto. Ogni tanto riappaiono tratti di cemento, chissà per quale logica. Arrivati quasi in cima, quando la strada inizia a tornare pianeggiante, scorgo un quetzal, il coloratissimo uccello nazionale, su un ramo. È il primo che vedo.



 Il villaggio è simile a quelli che ho già visto, ma qua per qualche ragione hanno sia acqua che elettricità. La terra è più compatta e ben battuta, e dà al villaggio un aspetto più ordinato. Le case sono come al solito quasi tutte di legno, ma evidentemente in queste zone la politica arriva ancora più prepotentemente: le pareti sono dipende o di rosso, per il partito Lider, o di verde, per il partito Une. Alcune anche di giallo, il partito Patriota. E c’è di più: ci sono due campi di calcio a poco distanza: uno ha le porte dipinte di rosso, l’altro di verde. Oltre alla compagnie telefoniche, anche i partiti dipingono le città, i paesi, i più poveri dei villaggi. Devo ancora capire i meccanismi: pagano i proprietari? Lo fanno e basta?

Mi fermo qua fino giovedì, poi vado in quel di Tactic, in Alta Verapaz, per le ultime due settimane di ricerca. Cerco di andare la mattina così per le 14 sono a vedere Brasile – Croazia.

Sabato scorso sono andata a Livingston, la città situata alla foce di Rio Dulce, sull’atlantico. “I caraibi che non ti aspetti”, dice lo slogan della città. Beh, di caraibico Livingston ha gli abitanti, i garìfuna, discendenti degli schiavi africani e arrivati sulle coste del Guatemala proprio dalle isole caraibiche. Sono neri e in giro si sente molto Bob Marley. Parlano una lingua che è un misto di inglese, spagnolo, creole, francese e chissà cos’altro. Alla fine si capisce poco anche quando parlano in inglese, o in spagnolo o in francese. Il mare, ahi loro, non ha molto di caraibico, probabilmente per correnti sfavorevoli. Il Belize a quanto pare è un posto da urlo, e la povera Livingston, qualche km più a sud, invece non ha molto da sfoggiare. Sono rimasta solo un paio d’ore, quindi non posso aggiungere molto altro. Magari la sera è un posto divertente. Per arrivarci, ho fatto due ore di barchino lungo il Rio Dulce. In molti vivono lungo le acque, alcuni in semplici capanne, altri – specie a inizio e fino del fiume – in vere e proprie ville con tanto di attracco per l’eventuale barca del caso. Ho letto da qualche parte che il lago di Izabal e Rio dulce sono attracchi sicuri nell’area caraibica anche durante la stagione della piogge, quindi deduco che molti (ricchi) le usino come punto di appoggio.

È già un mese che sono qua, e inizio a sentirlo. Con la ricerca va così e così, mi sembra di non riuscire davvero ad ottenere risposte alla mie domande, e devo capire se sbaglio a fare le domande o a capire le risposte. Immagino sia normale visto che è la mia prima volta, ma ho un po’ d’ansia di sprecare settimane sul campo e tornare a casa con nulla di buono su cui lavorare. Anche per questo mi sono presa il weekend per fare il punto della situazione.
Oltre alla ricerca, inizio ad essere stufa della valigia, degli alberghi, dello spostarmi ogni 3-4-5 giorni annullando la possibilità di conoscere qualcuno. Certo, i ragazzi con cui lavoro sono (quasi) sempre simpatici e ben disponibili, a volte curiosi (“Ah Belgio, Italia… Quindi tu vieni da, come si chiama là dove ci sono Spagna, Italia…?” “Europa?” “sì, Europa!!”), ma non si va molto oltre. C’è anche chi divente insistente, e allora là proprio NON si va oltre. Da un lato poi, dopo una giornata passata in mezzo alla gente (letteralmente) sono molto contenta di starmene in camera da sola. I pasti sono quasi sempre il momento peggiore, dover andare a mangiare da soli. Se non fosse perché ne ho bisogno, a volte non mangiarei. Qua in hotel, per esempio, va ancora bene perché alla fine è intimo e si fanno due chiacchere volendo (anche se i prezzi sono il doppio rispetto a fuori), ma dovessi uscire per cercare un posto dove mangiare da sola…. Non ne ho proprio voglia.

Non voglio davvero, come già sottolineato, fare un ritratto sbagliato del Guatemala. Ripeto, fino adesso mai mi sono sentita in pericolo o mai mi è mancato nulla di fondamentale. Alloggio in hotel con il mio bagno e tutto ciò di cui ho bisogno, posso comprare tutto il necessario in normalissimi negozi ed è pieno di farmacie. Non mi manca tutto ciò che è primario. Ed è anche un posto bellissimo, pieno di storia e natura. Di nuovo, in questi paesi il problema grande è la politica, locale e di sviluppo. È il classico caso di volere è potere. D’altronde, questo si potrebbe dire per qualsiasi cosa riguardi l’essere umano… Arriviamo su Marte però metà del pianeta muore di fame?
Venerdì mentre pranzavo (da sola) ho sfogliato il giornale. Le prime 5-6 pagine parlano solo di omicidi, per lo più regolamenti conti nella periferia della capitale. Alcuni risultati di risse tra ubriachi. Il giornale riporta i commenti di gente comune, come quelli qua sotto. Se ne deduce che la colpa della violenza è del governo che non fa abbastanza. Secondo la ragazza, è il compimento di ciò che è scritto nella Bibbia. Però c’era anche un trafiletto sul calcio femminile!! In ogni caso, questo la dice lunga sulla politica in Guatemala: il partito Lider, per esempio, punta tutto sulla pena di morte e i programmi sociali.



Stando qua mi sembra di essere tornata indietro 8-10 anni nella mia vita: giovane donna insicura e nell’armadio. Attiro inevitabilmente sguardi, divertiti o indiscreti. La grande maggioranza dei guatemaltechi è gentile e molto aperta, ma non mancano le donne che ti squadrano in maniera maliziosa o i ragazzi che ridono e ti gridano “hello, good morning” in un inglese stentato (qui sei automaticamente americano – un gringo, se non sei un locale). E ovviamente, onde evitare qualsiasi questione, quando arriva la classica domanda, racconto che a casa ho il “ragazzo”. Bum – salto indietro.
Mi manca la mia libertà europea di poter essere chi sono, senza paura. Qui non vedo libertà di scelta, sembra essere la vita a decidere per te, per limiti economici o culturali che siano. A volte in Europa non ci rendiamo conto di dove siamo arrivati, di quante conquiste, quanti traguardi abbiamo raggiunto. Non siamo certo i migliori, non siamo per forza un modello, non dobbiamo mica esportare democrazia. Ma io sinceramente sono contenta di quello che abbiamo, e spero di continuare per quella strada, e di non tornare indietro.
Qua guardo le mie coetanee e mi chiedo se siano felici, con i loro 5 figli e la loro casa di terra e legno. Che cos’è che importa, alla fine? Come si definisce chi sta meglio e chi sta peggio? In base a chi vive più a lungo? A chi mangia meglio? A chi sorride di più? Magari fosse nata qua avrei anch’io il mio marito agricoltore e una schiera di bambini da accudire, e non mi farei tante domande. Sarebbe per forza un male? Dobbiamo davvero salvare qualcuno? Noi, gli sviluppati, che cosa (e perché) dobbiamo promuovere?
Non lo so, faccio fatica a darmi delle risposte. Faccio fatica a capire quale sia la strada giusta e soprattutto perché una strada può essere giusta e l’altra no. Per chiarezza, non voglio dire che noi siamo più avanti lunga lo strada, e che i paesi in via di sviluppo (ma quando diventano “sviluppati”?) siano dietro di noi, perché potrebbero (dovrebbero?) essere su un’altra strada – la loro strada.

Forse è il caso che torni alla mia ricerca, prima di confondermi ancora di più le idee. Giuro che Orange is the new black lo guardo in pausa pranzo.



Questa è la mia foto preferita del viaggio, fino adesso.

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