To leave is to die a little... one leaves behind a little of oneself at any hour, at any place... - Edmond Haracourt

venerdì 30 maggio 2014

Odore di bruciato

Il Guatemala è uno strano paese – ma immagino che tutti i paesi che non conosciamo ci sembrino strani.
In questi ultimi giorni quello che mi ha colpito di più è l’odore di bruciato: bruciano i campi, brucia la legna nelle cucine delle case che visito, c’è sempre odore di bruciato. Fa una certa tristezza passare di fianco a questi paesaggi mozzafiato e poi vedere ettari bruciare: si fa per poter coltivare, bruciano le foreste e la cenere nutre il terreno. E per kilometri ti rimane nel naso quest’odore di distruzione che ti affatica il respiro.
La maggior parte delle case cucina con il fuoco a legna, il che vuol dire un bel po’ di fumo. Ieri siamo arrivati nell’ennesimo villaggio sperduto e di nuovo c’era quell’odore di bruciato che ti pervade. A volte mentre faccio le interviste arriva una sbuffata di fumo: faccio il possibile per fare finta di niente, anche se vorrei tossire e coprirmi la bocca disperatamente. Martedì è stata una giornata infinita: il mio accompagnatore di turno è arrivato mezz’ora in ritardo (lui mi aspettava in ufficio, io l’aspettavo in albergo), con una gomma bucata. Se l’è fatta cambiare, ma mi sembrava evidente che la ruota di ricambio fosse vecchia e più piccola. Non un grande affare. Neanche a pensarlo, dopo 45 minuti di strada sterrata siamo arrivati nel villaggio e la gomma era a terra di nuovo. Abbiamo quindi camminato per il villaggio in cerca delle signore, e diciamo che il senso dell’orientamento non certo la forza di questo ragazzo. Nonostante l’orario e il problema della gomma, si è fermata a fare una formazione su come produrre detersivo. La formazione si svolge a casa di una delle signore, arrivano tutte le altre e un numero infinito di bambini curiosi. Ieri c’era anche un cucciolino che girava felice tra la gente. Non so come farò ad arrivare a fine periodo senza aver adottato almeno un cane. Poi il capacitatore spiega passo passo cosa usare, in che ordine, come mischiarli. È una gran caciara. Mi chiedo quante di loro continueranno a farlo. Torniamo alla macchina. C’è una ruota di scorta, anche se è già stata bucata e riparata una volta, dobbiamo solo sperare che regga. Il problema più grande è che non abbiamo il cric. Decidiamo quindi di usare dei ceppi, montandoci sopra con la ruota bucata e poi mettendo altri ceppi sotto la macchina per tenerla sollevata. Siamo l’attrazione del villaggio, circondati da bambini e anche qualche adulto curioso che sghignazza dalla distanza. Una volta che riusciamo a mettere la macchina in posizione, non riusciamo ad infilare la gomma: quella bucata era più piccola e ora la macchina non è abbastanza sollevata per potere infilare l’altra. Chiamiamo quindi gli sghignazzatori e li mettiamo a sollevare la macchina. Ogni tanto sento direi “Italia”, una delle poche parole che capisco in Qe’chi… Sono arrivata in albergo alle 20, ma tutto è bene ciò che finisce bene.

L’albergo in Raxruhà è molto carino, però il personale è un po’ – come dire – rincoglionito. Quando sono arrivata ho detto di avere la prenotazione: il ragazzo mi guarda imbambolato, dà un’occhiata a un foglio e mi dice che non ce l'ha, e si mette a fissarmi con aria bovina senza aggiungere una parola. Nel dubbio chiamo Rudy, che mi dice che aveva prenotato già il sabato. Il babbano allora controlla prima un’agenda, e poi un mini block notes dove trova la prenotazione. Bene. Mi dice che è più comodo pagare di giorno in giorno. Poi prende la chiave e fa per accompagnarmi alla camera, poi vede la mia valigia e si mette a chiamare l’addetto alle valige, che però non si sa dove fosse. In quella arrivano altri clienti e la mente brillante torna dietro il suo bancone a parlare con loro. Io rimango come una fessa con la chiave in mano senza sapere bene dove andare. Arrivano altre ragazze, presumibilmente dell’hotel, e si mettono anche loro a chiamare l’addetto, finché finalmente non cedono alla mia richiesta di portami da sola la valigia. La possibilità di accompagnarmi alla camera – o almeno dirmi dove fosse – e poi farmi portare la valigia non gli è neanche passata per la mente. Quando rientro la sera dopo, il bradipo mi guarda con faccia confusa e mi chiede quale è il mio nome e in che camera sto. E io che credevo che mi si riconoscesse qua in Guatemala. Ieri sera la più bella: rientro, gli sorrido e gli chiedo la chiave. Lui prima mi domanda in che stanza ero, poi mi chiede se avevo lasciato dentro le mie cose, come lo zaino o altre cose. Gli rispondo ovviamente di sì, dato che ci avrei dormito anche stasera. E lui perplesso mi richiede se ho lasciato dentro le mie cose e io più lentamente e scandendo bene le parole gli dico che sono in quella camera da due giorni e vado via domani, non oggi. L’espressione passa dal confuso al preoccupato ed esce dal suo bancone in cerca della cameriera perché pensa che abbiano già pulito la camera. Però non la trova, e più rilassato mi sorrido e mi dà la chiave. Quando arrivo in camera tutto è il suo posto, quindi suppongo che la cameriera sia un po’ più sveglia di lui.

Nel villaggio di ieri invece mi sono sentita il pifferaio magico. Siamo arrivati che probabilmente era ricreazione nella scuola, perché tutti i bambini erano in cortile. Passiamo là vicino e tutti (tutti) ci seguono, tipo 40-50 e forse più. Alcuni divertiti, altri con espressione attonita, altri molto poco convinti. Arrivati fuori dalla casa della signora che dovevo intervistare, mi si accalcano tutti intorno. Sono i momenti in cui da un lato sono divertita, dall’altra fortemente irritata. Per esempio quando poi siamo entrati e ci siamo seduti in casa, con tutti i bambini che bloccavano qualsiasi passaggio d’aria quando la temperatura è già sufficientemente alta… ecco, in questi momenti mi devo sforzare.
Mi ritrovo anche nella posizione di non capire niente di quello che si dicono i clienti e gli altri locali, di sentirli ridere mentre mi fissano, e io li guardo sorridendo, non sapendo bene che altro fare. Mangio e bevo tutto quello che mi danno, qualsiasi cosa sia. Il mio sistema immunitario sembra reggere tutto. Abituata a vivere in Europa, dove in una qualche lingua riesco sempre a comunicare, mi sento tagliata fuori e quasi impotente. Vorrei poterci parlare da sola, senza il traduttore, che inevitabilmente limita di molto la mia ricerca.

Muovendomi per il paese cerco di capire perché ci sia così tanta povertà. Insieme alle interviste sto conducendo un questionario che sia chiama PPI (Progress out of Poverty)  per valutare il livello di povertà dei clienti.  Praticamente tutti fino adesso risultano al di sotto della linea della povertà del Paese. In Guatemala c’è un disperato bisogno di capitale umano e infrastrutture. Solo le strade principali sono asfaltate, per raggiungere i villaggi ci vogliono ore – in macchina. Figurarsi a piedi. Non hanno acqua (utilizzano pozzi, fiumi o acqua piovana – e martedì ho dovuto usare una delle loro latrine….) e spesso neanche elettricità. Ci sono flotte di ong che cercano di fare la loro parte, facendo formazione di vario genere. Da quello che vedo, però, l’impatto è limitato. Alcuni sono più ricettivi, altri meno. Devo dire che fino adesso non ho avuto l’impressione di gente che sta male, che muore di fame. Quelli che ho visto io per adesso hanno tutti una casa in cui stare e qualcosa da mangiare (tortillas über alles), nonché figli a volontà. Non vorrei davvero tracciare il quadro dei poveri bambini africani che non hanno niente però sorridono. Parlando con quelli di Génesis, mi hanno detto che alla base c’è un grande problema culturale: molti non fanno differenza tra un investimento attivo (che produce) o passivo (consumo), così molti hanno venduto il proprio terreno per avere soldi subito, e ora lo devono affittare da altri. Ora con il mondiale alle porte c’è il rischio che la gente si venda chissà che per avere una tv. Qua tutti coltivano mais: si raccoglie ogni sei mesi, sanno come farlo, e fine della storia. Però il mais rende poco, e se il raccolto va male non si ha di che vivere per i prossimi mesi. Pochissimi investono in coltivi magari più cari e che richiedono più tempo ma che rendono molto di più (come il caffè). Con la crisi del cardamomo, molti si sono ritrovati con un pugno di mosche dopo anni di guadagni altissimi però bruciati. Da un lato si accontentano, dall’altro sanno che se va male in qualche modo si fa, anche tramite i programmi sociali. Pensano che siccome sono poveri devono essere aiutati, e questo pensavo sarebbe stato diverso con la microfinanza. Secondo il report della Banca Mondiale sulla povertà in Guatemala, uno dei motivi principali per la bassa scolarità è “mancanza di interesse”.
Con questo non voglio assolutamente dire che i guatemaltechi sono poveri perché se lo meritano, quasi il contrario: questo è spesso il risultato di una politica di sviluppo sbagliata, di un dare per dare senza una strategia sostenibile alle spalle. Qua, secondo il report, circa il 60% dell’economia è informale: questo vuol (anche) dire che il governo non raccoglie tasse, e quindi spende poco. La corruzione e la cattiva politica sono senz’altro ragioni altrettanto rilevanti. Per non parlare di 30 anni di guerra civile e abusi e mattanze... Molta campagna si gioca proprio sui “programmi sociali”: se si danno i soldi ai poveri, loro pensano che finalmente il governo li stia aiutando, mentre ci sarebbe bisogno di investimenti massivi in infrastrutture, in educazione, nello sviluppo di piccole-medie imprese che generino occupazione. Facendo 10 figli a famiglia, hai voglia a disboscare foreste per cercare terreni da coltivare. Per poi rimanere poveri comunque. La microfinanza mi sembra che li aiuti a rimanere dove sono, ma nessuno dei clienti che ho visto diventerà un piccolo imprenditore. Galleggiano.
Immagino anche che ci siano diversi accordi commerciali con il Guatemala che probabilmente potrebbero essere migliorati, ma onestamente non ne sono molto. Da un lato penso che la povertà in Europa sia molto più crudele e senza pietà: forse è più difficile ritrovarsi poveri, ma se resti senza niente, tornare a galla non è facile. Qui è una povertà di gruppo, di comunità, condivisa, non c’è il poveraccio che chiede l’elemosina e dorme per strada – per quanto ci sarà sicuramente nella capitale, io qua mi riferisco alla povertà rurale. È una povertà cronica che è difficile da eradicare, e di sicuro non si cambierà “regalando un vaccino a un bambino bisognoso”, per quanto il lavoro della cooperazione sia encomiabile, ma disperatemene a breve termine. Non toglie l'odore di bruciato.

Diluvia ed è saltata la luce. Scrivo a lume di candela e gli insetti notturni si accalcano sul mio schermo. Domani vado a vedere las Conchas, poi proseguo per Rio Dulce. Se riesco nel weekend vado a vedere Livingston.

Qua sotto i miei spostamenti fino adesso e i prossimi previsti. Dove andrò dopo, lo scoprirò solo col tempo…



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