To leave is to die a little... one leaves behind a little of oneself at any hour, at any place... - Edmond Haracourt

lunedì 19 maggio 2014

Flores & dintorni

Partiamo dall’inizio: la stagione delle piogge è una bufala. Se questa è la stagione delle piogge, allora in Europa viviamo perennemente nella stagione delle tormente, e ha a Bruxelles direttamente in quella dei alluvioni. Qua stagione delle piogge significa che potenzialmente potrebbe piovere nel corse della giornata. Io tra ieri e oggi mi sono ustionata.

Il viaggio di venerdì alle fine è durato 11 ore. Partita alle 10, arrivata alle 21 e qualcosa. La corriera non era proprio l’ultimo modello, ma avevamo la televisione e la musica. Che fortuna. Abbiamo attraversato Guate così ho potuto dare un’ulteriore occhiata in giro, anche se non posso dire di aver visto qualcosa di diverso. Praticamente tutti gli edifici sono cubi di cemento a un piano, a volte due, a volte uno e mezzo: si vedono spuntare i pezzi di acciaio nella parte superiore ad aspettare un ipotetico sviluppo, è quasi simbolico… Tutto ciò che non è cemento è ferro o latta, come le porte. I muri sono sempre scrostati, e i negozi disegnano ci disegnano direttamente le insegne sopra. Alcune case sono completamente dipinte di pubblicità, per lo più di Tigo, la compagnia telefonica più grande. Su un altro muro compare una scritta “Solo el pueblo salva el pueblo”. Passiamo di fianco ad una via dove tutti i negozi vendono maschere e piñatas.  L’unico a colpirmi è una palazzo giallo ben tenuto, con il cortile pieno di scuola bus e una riproduzione di Cupido e Psiche davanti al cancello. Boh. Ai limiti della città sorge un bel residence, con tante casette carine tenute in ordine, molto all’americana. Su altri edifici ogni tanto compare la scritta che la proprietà non è in vendita, chissà perché.
Il bus è carico di autoctoni, sono probabilmente l’unica straniera, a parte forse un signore baffuto dall’aria confusa. Il portabagagli è stracarico di qualsiasi cosa. L’aria condizionata è sparata al massimo anche se il bus fa fatica ad arrivare in cima alle salite – certo sempre meglio che dover girare con i finestrini aperti… La televisione trasmette video musicali, l’unica musica è la baciata e dal fondo i ragazzi urlano di alzare il volume. Riconosco solo gli Aventura, la mia cultura in materia è limitata. Alla musica si sono alternati 5 film: Planet Terror, Survival of the dead, Salt (che però hanno interretto a metà, mannaggia), Io vi dichiaro marito e marito e Zohan – tutte le donne vengono al pettine. Quando attraversiamo i vari paesetti e rallentiamo per i dossi, i venditori ambulanti si avvicinano: offrono straio o gamberoni. Passiamo di fianco ad un edificio che ha solo pareti divisorie, tipo box: l’insegna dice scritta “Extrais – Auto hotel”, di fianco c’è disegnato Cupido.
Quando arrivo in stazione c’è il povero Rudy (di Génesis Empresarial) che mi aspetta. Due ore di attesa. Mi accompagna in albergo e mi dà appuntamento per le 8 del giorno dopo per andare a Tikal, alle rovine maya. L’albergo è molto carino, peccato per l’acqua calda… Ho anche scoperto che in Guatemala non si deve buttare la carta igienica nel water, ma nel cestino di fianco. Come ci sono arrivata? Alla stazione di servizio dove abbiamo fatto la sosta con l’autobus, bisognava pagare un quetzal (10 cent) per fare pipì. C’è una signora all’ingresso che ti dà il tuo pezzo di carta igienica. Due cose mi hanno fatto dedurre la corretta procedura: 1. il cestino era pieno di carta igienica, 2. lo scarico del water era scoperchiato e ho visto che dentro c’era pochissima acqua, quanto basta per cambiare quella è che fondo del water. Con i primi dubbi in testa ho googlato “carta igienica in Guatemala” e ho trovato che la maggior parte degli scarichi guatemaltechi non prevede la carta igienica. Ops.

Rudy è arrivato un po’ in ritardo, siamo passati al mercato di fianco l’hotel e abbiamo preso un po’ d’acqua e dei crackers per la giornata. Poi è passato uno di questi minibus e siamo saliti davanti. I minibus sono tipo dei pulmini, ad occhio dovrebbero tenere sulle 12 persone (4 file di sedili da 3), ma venerdì ne ho contate 22 più un bebè. Noi nel dubbio siamo saliti davanti. La porta dietro rimane spesso aperta, con il ragazetto che raccoglie i soldi che rimane appeso. Le fermate sono più o meno stabilite, ma altrimenti basta allargare il braccio e salire al volo. Sono di nuovo l’unica straniera: gli altri sono tutte persone che si spostano portando rifornimenti ai baretti lungo la strada o signore che vanno a vendere da mangiare o artigianato a Tikal. Tutto si carica sul tetto. Ci vuole circa un’ora e mezzo per arrivare e lungo la strada mi si spezza il cuore più o più volte: è pieno di cani, per lo più di strada, mentre altri hanno il collare. Tanti stanno semplicemente sdraiati, anche in mezzo alla strada. Con loro girellano maiali e maialini, capre, cavalli, galline e pulcini. L’unica cosa che mi dà sollievo è che non sembrano maltrattati dalla gente, anzi. Ho visto un bambino abbracciarne uno e tre canetti fare le feste a una dei nostri passeggeri quando siamo rientrati. Alcuni hanno comunque quello sguardo un po’ impaurito che ti spezza il cuore. C’è anche una cagnetta che gira qua fuori dall’albergo, con le mammelle un po’ allungate da cucciolata recente.
Una volta entrati nel parco naturale, ci sono continui cartelli che avvisano di andare piano per attraversamento animali. Si susseguono cartelli gialli con dentro sagome di animali: il primo sembra una pantera, poi c’è un serpente, poi qualcosa che non so, poi forse un tacchino e avanti così. Un ottimo segno.
Iniziamo a passaggiare e Rudy mi spiega tutte le piante che incontriamo, inclusa la Ceiba, l’albero nazionale. Ha studiato questo, mi racconta di ogni albero e pianta, che per me sono tutte uguali. Tikal è pazzesca, e per fortuna c’era anche poca gente. Nella gran plaza troviamo un sacco di pizotes, bestioline pacifiche che frugano in cerca di cibo abbandonato dai turisti. Delle ragazzine guatemalteche mi si avvicinano e mi chiedono se possono farsi una foto con me… mi sento come Stanilla in Egitto. Mentre ci spostiamo da una piramide all’altra chiacchero con Rudy. Mi chiede quanti anni ho e se pensavo di sposarmi. Saltando la parte della battaglia per i miei diritti civili, gli ho detto che prima vorrei avere qualche sicurezza in più, che se mi sposassi adesso non so neanche se potrei permettermi di offrire un giro di birra agli invitati. Lui ha 27 anni, ha due bimbe. Anzi, “solo” due mi ha detto: lui è il quinto di 7 fratelli. Prevede di lavorare altri 3 anni e poi vuole mettere su una sua impresa, una fattoria e farla crescere, farla diventare una piccola-media impresa e dare lavoro. Parliamo anche di politica di sviluppo e di politica europea, di Russia, Ucraina e ex Jugoslavia. Dal bosco ogni tanto arrivano dei ruggiti: sono le scimmie urlatrici. Ci sono le scimmie ragno. Un passo dopo l’altro, scalata dopo scalata, arriviamo in cima al tempio quarto che in confronto il lupo della spada della roccia era in forma. È il secondo tempio maya più alto che si conosca (60/70m): il primo si trova al Mirador, nord del Guetamala, ci vogliono 3 giorni di cammino per arrivarci. La vista è necessariamente mozzafiato: giungla e giungla e giungla, e la punta delle altre piramidi. Si potrebbe restare là per il resto del pomeriggio. Molti degli addetti al parco mi salutano, si presentano e vogliono farmi qualche domanda. Vendomi sola con Rudy, un locale, si incuriosiscono. Sono tutti gentilissimi e rispettosi. Mi chiedono se mi piace il loro Paese. Il signore in cima alla piramide ci racconta un po’ di storia di Tikal e facciamo due chiacchere.



Per tornare prendiamo lo stesso minibus, Rudy si addormenta. L’autobus si ferma nella stazione, che è a qualche isolato dal mio albergo. Rudy abita là vicino e prendiamo la sua moto. Primo giro in moto, molti a venire in teoria.
Nonostante la stanchezza da dopo gita, mi faccio una doccia fredda che mi riporta di botto agli anni di spogliatoio e vado a Flores, l’isoletta turistica davanti Santa Elena. Riesco quasi a perdermi (ed è più piccola del centro di Cortina) e chiedo agli unici turisti che vedo (anche le uniche persone). Alla fine smangiucchio delle tortillas da una bancarella e passeggio sul lungo lago, fino quando non si può più avanzare perché l’acqua ha straripato. Succede in questa fantomatica stagione delle piogge. Flores è proprio il tipico paesino di mare per fare la vacanza con gli amici. È pieno di bar con terrazza che in stagione devono essere pieni di americani. Alcuni menù e insegne sono anche in inglese. Per la prima volta ho visto delle (vecchissime) cartoline.
Stamattina mi sono guardata la premiazione della Juve (ci sono almeno 4 -5 canali di solo calcio) e poi sono tornata a Flores. Il lago è davvero bello. Dall’isola ho preso un barchino che mi ha portato sull’altra sponda, a San Miguel. Da là è iniziata la camminata della speranza verso el mirador (non quello di prima), un altro sito maya. In realtà tutto ciò che resta è una piramide interamente ricoperta di vegetazione, che potrebbe tranquillamente essere una collina. Si sale lungo dei gradini di cementi con un corrimano in legno, dove ti prendi una scheggia solo a guardarlo. In cima hanno costruito una torretta instabile, che si appoggia bisognosa ad un albero. La vista è splendida, consolazione della camminata sotto il caldo cocente con i pantoloni sbagliati.


Scesa dalla torretta sono andata in spiaggia. C’è abbastanza gente, due o tre gruppi, uno formato da una ventina di persone. Sono arrivata giusto per l’ora di pranzo, la spiaggia è attrazzata con panchi e tavole da picnic in legno, alcuni pericolanti pure questi. Le ragazze escono dall’acqua e vedo che sono praticamente vestite: o hanno un costume intero e poi shorts, o proprio maglietta e pantaloncini. Solo le bambine hanno solo il costume. L’acqua è bollente, di un bel colore sfumato dal fondo un po’ paludoso. I cestini sono i soliti bidoni in latta. Passo un paio d’ore a rilassarmi e a leggermi la guida e poi rientro verso Flores.


Mi fermo ad un campo di calcio dove c’è una partita vera e propria. Non so come facciano: il campo assolutamente irregolare, il pallone è evidentemente sgonfio dal rumore che fa e il caldo è comunque insopportabile. Però hanno tutti la divisa del Chelsea: una squadra ha quella da casa, una quella da trasferta. Roberto, un ragazzo sui 17 anni, mi invita a sedermi sugli spalti per un po’. A fine primo tempo mi avvio, e anche Antonio è contento che mi piaccia il suo Paese. Il barchino con cui rientro è carico di cibarie per una di quelle bancherelle dove ho mangiato la sera prima. Li aiuto a scaricare quando arriviamo a Flores, tornerei a salutarli stasera se non fosse che sono cotta. E poi alle tre mi sono fermata a mangiare al Pollo Campero, il fast food di qua, e mi sono mangiata un bel pollo fritto, quindi tanta fame non ce l’ho.




Domani si comincia a lavorare. Non ho capito bene il programma, però mi trovo con Rudy in ufficio e so che per la sera dormo a San Luis, dove faremo il lavoro sul campo. Ci siamo. Si comincia davvero.  E io che volevo studiare un po’ ho perso due ore a scrivere sul blog…

2 commenti:

Ilenia Babetto ha detto...

Incredibile Gu....Templi a parte, è esattamente come l'Ecuador: la carta igienica, le domande sul matrimonio, il cibo per strada, la vita nei bus...Un grande in bocca al lupo per il lavoro sul campo!!

Francesco Chiamulera ha detto...

In bocca al lupo Gu