To leave is to die a little... one leaves behind a little of oneself at any hour, at any place... - Edmond Haracourt

domenica 25 maggio 2014

San Luis e Finca Ixobel

Sono alla Finca Ixobel, a rilassarmi dopo la prima settimana di lavoro sul campo. Il realtà il mio programma di passare la giornata a fare niente (se non guardare la partita) è stato cambiato all’ultimo momento con una gita alla grotta. Abbiamo camminato due ore in questi splendidi e solitari panorami e poi siamo entrati in questa grotta pazzesca. Torce alla mano, siamo entrati in acqua e siamo arrivati fino in fondo in mezzo a rapide e con tanto di salto di 4-5 metri nella corrente. Una di quelle cose che in Europa ti fanno fare con caschetto e salvagente: la nostra guida invece aveva solo una decina di candele, che lasciava accese lungo il cammino. Uno spettacole vederle illuminare la grotta. Ora sono stanca morta, ma ne è valsa davvero la pena.

 Questa settimana è andata bene. Sono arrivata a San Luis lunedì sera e martedì, mercoledì e giovedì sono andata a visitare i clienti di Génesis Empresarial. La prima, Doña Vilma, è la presidentessa del suo gruppo, che si chiama Las Mariposas (le farfalle). Quando sono arrivata alcune signore stavano imparando a cucire vestiti tipici e altre stavano imparando a scrivere. Mi hanno fatto vedere con orgogolio il loro orto con il caffè ricevuto da Génesis e le altre piante. Ha passato tutto il tempo a dirmi quanto sono grate a Génesis per i loro servizi, che le aiutano a sostenere le loro famiglie. “La povertà è il problema del Guatemala, se può ci mandi altri fondi, li useremo bene, ci impegnamo molto”. Un’altra signora è divertata dal fatto che non sia ancora sposata, un’altra mi dice che ha 15 figli. Al contrario di Doña Vilma, Doña Trinidad vive in una casa di legno con il tetto di foglie di palma, che però a quanto pare durano anche 30 anni. La casa è composta da due ambienti, la cucina e un’altra stanza per tutto il resto. Il pavimento è di terra. Butto un occhio dentro la stanza multiuso e con la coda dell’occhio vedo una televisione. Hanno accesso all’acqua grazie ad una sorta di pozzo/rubinetto tra le case.
Il giorno dopo passiamo due ore in macchina lungo una strada sterrata che sale e scende sulle colline, sembra di non arrivare mai. La maggior parte delle case sono di legno, ma ce n’è anche qualcuna di mattoni – o meglio cemento. Ogni tanto c’è una parabola di Claro, una delle compagnie telefoniche: non ho quasi mai perso il segnale sul telefono. I clienti di oggi sono Qe’chi, una delle famiglie dei Maya. Per trovare le case si domanda, i bambini mi fissano con aria curiosa, specie quando tiro fuori la macchina fotografica. Alcuni clienti hanno paura di dare la risposta sbagliata, anche se non esiste una risposta sbagliata, però sono sorridenti e divertite dai miei tentivi di ringraziare nella loro lingua. Non vedo molti pozzi, ma mi assicurano che ce ne sono. Rimango con l’incognita del bagno ma me la tengo per me. Il terzo giorno andiamo in un’altra comunità ancora, dove convivono indigeni e mestizos. La prima signora è chiaramente imbarazzata dalla mia presenza e dal fatto di avere difficoltà a rispondere alle mie domande, quindi taglio corto per evitarle il disagio. Un’altra mi chiede di parlarne in italiano e mi domanda come si chiamano i miei genitori. Qua tutte le case sono di cemento.






Sono riuscita a parlare con 9 persone fino adesso. Venerdì mi sono fermata tutto il giorno in ufficio e ho anche assistito ad un paio di consegne di credito, e anche la rinegoziazione di un credito non pagato. Per quest’ultimo la sala era piena di donne indigene con i bambini, che non hanno fatto che gridare e tirare cose dappertutto. Non sembrava che le signore ascoltassero davvero quello che veniva detto. Non sono riuscite a pagare perché il raccolto è andato male, quindi Génesis gli dà un altro anno di tempo.

Domani torno a Santa Elena, e poi proseguo lunedì per Raxuhà. Nel viaggio di lunedì ero in questo mini-bus con i vetri scuri (ovviamente), ma davanti all’autista c’era un’apertura a forma di cuore. Abbiamo incrociato una coppia in moto con un cane, che non sembrava felicissimo della situazione. Lunga la strada ho visto diversi “auto-hotel” e anche una casa di riposo per gli anziani.

Dopo Raxuhà e Chisec proseguo per Izabal. Poi torno a Cobàn. Logisticamente non è certo il giro più intelligente ma a quanto pare non si poteva fare altrimenti. Qua alla Finca ho conosciuto un po’ di viaggiatori, che mi hanno fatto sentire una mezza calzetta. Una è una ragazza svizzera, è in giro da quasi un anno. È partita da Vancuver, ha passato sei mesi in Alaska costruendo rifugi per animali, poi è arrivata in Messico ed è scesa in Guatemala. Avanti finchè ci sono soldi. La Finca ha anche un’area di campeggio, lei dorme su un’amaca all’aperto. Un’altra coppia di irlandasi sono in giro da 5 settimane e puntano ai 5 mesi. Anche loro Messico, poi Belize, Guatemala, Colombia e Argentina. Dormono nella stanza basica con bagno in comune. E io che pensavo che i miei 3 mesi in Guatemala fossero un’avventura.


L’altra mattina ho fatto colazione con il petto di pollo. Ormai non mi fa più paura niente.

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